| Le lapidi dell'ex ospedale
TREVISO - Il “calzolajo” Brunvillano da Farra (1393), il nobile Lorenzo da Monteverde e donna Amante sua madre del borgo di San Tomaso (1412) e il notajo Andrea Dal Porcelletto (1443), hanno qualcosa in comune: tutti e tre sono stati benefattori dell'ospedale di Treviso. Ma non sono i soli. In molti nel corso dei secoli hanno donato i loro beni all’istituzione cittadina. I loro nomi sono ricordati da una cinquantina di lapidi trovate durante i lavori per la nuova università di Treviso e ieri donate dall’impresa di costruzioni Carron all’Ulss 9.
“Queste lapidi ci daranno un ulteriore aiuto per ricostruire la storia del nostro ospedale che risale al Medioevo”, ha detto Nicolò Bassi, primario di IV chirurgia al Ca’ Foncello ed esperto di storia medica trevigiana. Con lui abbiamo ripercorso gli albori dell’antica “Casa ospitaliera”. A Treviso dopo il 1260 quando Alberigo da Romano, fratello di Ezzelino, fu cacciato e ucciso insieme alla famiglia, una compagnia di Flagellanti, che si riuniva nella Scuola di Santa Maria dei Battuti, cominciò a creare dei piccoli ospedali che allora avevano finalità diverse da quelle attuali: offrivano soccorso ai poveri, si occupavano dei bambini abbandonati, assistevano i carcerati. Per celebrare la liberazione della città dai Romano, ma anche per alleviare le sofferenze provocate dalla tirannide, fondarono la Domus Dei che era collocata vicino a Piazza Giustiniani e alla chiesa di Santa Margherita che era degli Eremitani.
Poi la “casa ospitaliera” fu trasferita nell’area oggi conosciuta come ex gasometro o stazione delle corriere. Da lì però i Battuti furono costretti ad un nuovo trasloco sotto il dominio scaligero. I figli di Cangrande della Scala (che giunto da appena quattro giorni a Treviso morì avvelenato) decisero infatti di costruire proprio in quel posto il castello. Allora i Battuti si recarono dal podestà al quale dissero che il luogo migliore per il loro ospedale erano i possedimenti in riva al Sile di Gualpertino da Coderta vicino alla chiesa di San Pancrazio. Fu così che nel 1332 nacque l’ospedale San Leonardo che oggi ha lasciato il posto all’Università e prosegue la sua missione sulle terre dei Fancello (da cui, per un vecchio errore di trascrizione, il nome Ca’ Foncello) donate ai Battuti già nel Trecento.
Le cinquanta lapidi che presto saranno di nuovo esposte al pubblico, offrono l’occasione per ripercorrere anche brani importanti del Novecento trevigiano. Una per esempio ricorda la permanenza della Croce rossa americana nel dicembre del 1918 durante la Grande Guerra. Tra i volontari di quella compagine c’era anche lo scrittore Ernest Hemingway, che fu ferito a Fossalta di Piave e successivamente ricoverato a Milano dove conobbe Agnes von Kurowsky che ispirò il famoso romanzo “A Farewell to Arms” (Addio alle armi).
Altra testimonianza dello stesso periodo è la scritta che tramanda lo scoppio di una bomba lanciata da un “aereoplano nemico” e la ricostruzione avvenuta a conferma di “virtù latina e barbarie teutonica”.
Una targa è dedicata alla suora dorotea Maria Bertilla Boscardin, ricordata come “angelo consolatore delle umane sofferenze”, una vita costellata di atti caritatevoli: alla fine del 1917 accompagnò duecento malati in un doloroso viaggio fino a Viggiù, in provincia di Varese. Morì nel 1922 all’età di soli 34 anni, in seguito è stata proclamata beata e santa. A lei à è dedicata una cappella all’interno dell’Università.
Diverse sono le iscrizioni dedicate ai medici. Di Matteo Ceccarel nel 1886 si ricorda come “mente acuta di medico clinico e filosofo, la scienza moderna redentrice dell’umano pensiero con incrollabile fede in servi e duri tempi propugnò e diffuse “ e di come “ giovò d’opera di dottrina la patria che risorta augurò grande e felice”. Nel Ventennio si esaltano non solo le doti professionali ma anche quelle militari, come nel caso del primario professor Pietro Biffis, deputato al parlamento, “tra i primi insigniti della camicia nera", morto nel 1937 al ritorno dalla campagna d’Africa. Il viaggio della memoria è comunque solo cominciato. Tra non molto, quando saranno esposte al pubblico, altre storie interessanti emergeranno da quei marmi.
Mario Anton Orefice
(Corriere del Veneto, settembre 2006)
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