| L'uomo
nell'età della tecnica CONEGLIANO (Tv-9-11-05) La filosofia fa audience. Mercoledì erano più
di mille al teatro Accademia per la lectio magistralis di Umberto Galimberti,
docente dell’Università di Venezia, su “L’uomo nell’età della tecnica”.
Il successo dell'appuntamento ha sorpreso gli stessi organizzatori, l’associazione
Artestoria e la Biblioteca civica. Dietro a una scrivania, la mano sulla
fronte, il volto in penombra e l’inconfondibile barba socratica, Galimberti
è partito da lontano. Ha cominciato dal Prometeo incatenato di Eschilo,
nel quale il coro domanda se sia più forte la tecnica o la necessità delle
natura. Il pensiero greco risponde con le parole di Eraclito: “Questa
natura che nessun dio, nessun uomo fece, sempre sarà immutabile”. Sarà
la cultura giudaico cristiana, invece, ad affermare che la natura dipende
da Dio, il quale la consegna all’uomo perché la domini, afferma Galimberti
citando il passo della Genesi. Anche la scienza moderna, che nasce nel
1600 con Galileo, Bacone, Cartesio, vuole impadronirsi della natura. Per
Kant l’uomo non si comporta più come allievo nei confronti della natura,
ma come giudice che sottopone la natura a domande ed esperimenti. Cartesio
chiama l’uomo “dominator e possessor mundi”. Scienza e religione hanno
anche un’analoga concezione del tempo che è per entrambe inscritto in
un disegno. Per la cultura giudaico-cristiana il passato è male, il presente
redenzione, il futuro salvezza. Per la scienza il passato equivale a ignoranza,
il presente a ricerca e il futuro a progresso. Per i Greci, invece, il
tempo era la ripetizione regolare di un ciclo, quello naturale. Il pensiero
di modificare il mondo produce delle opere utopistiche come “La città
del Sole” di Campanella, “Nuova Atlantide” di Bacone, “Utopia” di Moro,
dedicate a mondi migliori. Anche il progresso promette sorti magnifiche.
Nel 1800 Hegel scrive che la ricchezza delle nazioni non è misurabile
con i beni , ma con gli strumenti che esse posseggono. E afferma anche
che se un fenomeno aumenta quantitativamente produce una variazione qualitativa.
Il pensiero è ripreso da Marx nel Capitale: “Tutti sono convinti che il
denaro è un mezzo per soddisfare dei bisogni attraverso l’acquisto di
mezzi o beni, ma se aumenta quantitativamente allora esso non è più mezzo
ma fine, per accaparrarsi il quale si vedrà se saranno utilizzati gli
scopi”. La tecnica diventa così il primo scopo da realizzare. Ad esso
sono subordinate la politica e l’economia. Per Galimberti il muro di Berlino
è crollato non per fattori umanistici, ma perché il dispositivo tecnico
dell’Urss era divenuto inferiore a quello dell’America. La stessa politica
è subordinata alla tecnica della quale però non sa nulla. “Quando decidiamo
sugli Ogm o sulla fecondazione assistita non decidiamo sulla base della
competenza ma della retorica. Chi di noi ha infatti un bagaglio di conoscenze
appropriato per esprimere un giudizio?”. Oggi, secondo il filosofo, si
approva la tecnica sulla base di emozioni provocate da un uso retorico
degli argomenti ma non sulla base della conoscenza. “Io credo - ha ammonito
Galimberti - che la democrazia crollerà, se non è già crollata, per incompetenza”.
Il filosofo milanese si è quindi soffermato sulla morale, che si rivela
insufficiente a controllare gli effetti della tecnica. Non è adeguata
la morale cristiana, sui cui si è costruito l’ordine giuridico e per la
quale contano le intenzioni. A Fermi interessavano le conseguenze. Non
è all’altezza la morale laica che vede nell’uomo il fine e in ciò che
lo circonda il mezzo. “Davvero - si chiede Galimberti - l’aria è un mezzo
e non un fine da salvaguardare?”. Anche la Verantwortungsethik di Max
Weber mostra i suoi limiti, quando stabilisce che dobbiamo guardare agli
effetti delle azioni finché essi siano prevedibili. E quando non lo sono?
“A tutt’oggi non disponiamo di un’etica all’altezza della tecnica, è un’etica
che diventa patetica perché chiede allo scienziato di non fare ciò che
si può”. Secondo Galimberti, che cita Anders, siamo immersi in una non
etica del fare. (Günther Anders, che fu marito di Hanna Arendt, è l’autore
del trattato “Die Antiquiertheit des Menschen”, un’opera nei cui confronti
Galimberti è largamente debitore). Anders teorizzava che nel nazismo si
è verificato il passaggio dall’agire al fare. “L’agire è ciò che io faccio
per uno scopo, il fare comporta la non responsabilità degli scopi”. Il
direttore di Treblinka doveva eseguire il suo lavoro, anche Bush dice
“Ce ne andremo dall’Irak quando avremo finito il nostro lavoro”, anche
chi ha sganciato la bomba su Hiroshima alla domanda che cosa provava rispose:”Nothing,
that was my job”. Nel Bresciano gli operai che lavorano nelle fabbriche
delle mine antiuomo probabilmente eseguono bene il loro lavoro, così chi
investe i soldi in borsa guarda solo ai profitti e non anche all’ attività
che esercita l’azienda in cui investe. Così il professionista mira solo
alla buona esecuzione dell’incarico, che si tratti di difendere un mafioso
o di costruire un mostro edilizio non importa. La tecnica e il fare dilagano.
Per Heidegger l’uomo non è preparato al radicale cambiamento del mondo:
“Non disponiamo di un pensiero non calcolante per resistere, per opporci
all’età della tecnica”. Galimberti ha quindi concluso la sua lectio con
un altro riferimento al mondo classico: “Nella cultura greca c’era una
sola colpa ed era la tracotanza, la hybris. Noi siamo andati oltre misura,
abbiamo oltrepassato i limiti e ne paghiamo le conseguenze”. Al folto
gruppo che lo attendeva per gli autografi ha detto che c’è una sola via
d’uscita: ”Continuare a nuotare”. |