Questioni di carattere

Il museo-rifugio della stampa guidato da Silvio Antiga

CORNUDA (Tv) - Un delitto quasi perfetto: milioni di lettere trasformate in pallini da caccia. Ma Silvio se n’è accorto e una decina di anni fa ha inviato 6.500 lettere ad altrettanti tipografi italiani. Chiedeva con garbo di poter raccogliere le casse con i caratteri in piombo che nessuno usava più e quelli in legno dei caratteri più grandi, di recuperare a sue spese i torchi, le monocilindriche, le monotype e le linotype messe da parte nei magazzini. Poi è nata la Fondazione Tipoteca Italiana e il Museo del carattere e della tipografia di Cornuda in provincia di Treviso, un’istituzione che nel suo settore è considerata un modello in Europa. James Mosley, professore del corso di laurea in Tipografia e comunicazione grafica all’Università di Reading in Inghilterra, non ha dubbi sulla qualità e sul livello dell’iniziativa: "Nel corso delle mie visite alla Tipoteca, sono rimasto impressionato dall'importante collezione di macchine e attrezzature da stampa e dalla cura con la quale sono state restaurate al fine di renderle funzionanti. Dal punto di vista didattico, offre l’opportunità ai giovani visitatori di capire le fasi di produzione degli stampati con le tecniche tradizionali".

"Reinsegnare quest’arte è il mio sogno. Penso a una scuola di tipografia frequentata da persone che amano la bellezza", dice Silvio Antiga: insieme ai fratelli gestisce le Grafiche Antiga ed è l’ideatore della fondazione. Mostra con gioia i suoi quadri formati con decine di caratteri in legno. Indica tre "A" di grandezza e forma diverse: "Non è possibile che tutto questo sparisca. Pochi lo sanno ma progettare un carattere è difficilissimo, è un’opera di architettura che richiede tempo, applicazione, passione". Passione è una parola sempre presente nella vita di Silvio. Ricorda la prima volta che aprì le casse con i caratteri, gli sembravano un mosaico. Aveva quattordici anni e andava in bicicletta a Montebelluna per imparare l’arte: "I tipografi si dividevano in tre categorie: i compositori come me, che avevano il compito di impaginare i testi e le figure, i macchinisti, che stampavano e controllavano le cariche d’inchiostro, e i legatori".

I macchinisti bravi si riconoscevano subito perché tenevano la macchina sempre pulita, mentre i compositori si giudicavano dal successo che riscuotevano il manifesto sull’Adunata degli Alpini o quello per la Mostra dei Narcisi:"Disegnai i narcisi in negativo sul verde brillante dei prati di montagna, per il cielo scelsi un blu intenso e poi collocai in sovrapposizione i titoli color aragosta. Non c’è stampa offset, stocastica, non c’è scansione di scanner che possa ripetere l’intensità di certi pastelli, la forza di certi neri". Silvio lavorò anche alle Grafiche Ennio Trevisan di Castelfranco: era la più grande tipografia d’Italia, seconda solo a Mondadori. "Stampavamo per Neri Pozza, ma anche monografie per gli sceicchi arabi e gli astucci dei panettoni Alemagna".

Verso la fine degli anni cinquanta Silvio decise di far da solo e acquistò "l’elefante", la sua prima pianocilindrica, simile alla Norberto Arbizzoni da 300 copie l’ora che è in esposizione al museo. "Il foglio si punta sul rullo in cima, il macchinista gira la grande ruota che aziona il volano e poi deve tornare subito indietro per vedere se l’inchiostro cala oppure no, e se cala deve regolare il calamaio". Corre avanti e indietro anche Silvio, per far capire a chi in tipografia non ha lavorato mai. Poi si ferma e invita a guardare sotto la macchina: "Li vedi i binari, è come una locomotiva, la biella fa scorrere avanti e indietro la forma sotto il rullo. Guarda che meraviglia, questa macchina è stata inventata nel 1819 da un ingegnere tedesco. Si chiamava Friedrich König, si presentò al direttore del Times e gli disse che aveva inventato una macchina che invece di 150 copie all’ora, quelle che erano in grado di produrre i torcolieri (gli addetti al torchio ndr), ne stampava 800. Immagina che rivoluzione fu per il giornale che aveva bisogno di un esercito di compositori e torcolieri. Anche il torchio fu un’invenzione geniale. Gutenberg viveva a Magonza, sul Reno, zona di vini; il torchio era un attrezzo che era sotto gli occhi di tutti, ma solo a lui venne in mente che poteva essere usato in un altro modo". Non si ferma Silvio mentre attraversiamo le nove sale del museo, l’intensità del racconto non cala, come l’inchiostro durante una buona stampa. "I miei concorrenti non sono gli altri tipografi, ma i fabbricanti di pallini da caccia, che fondono i caratteri in piombo, e i raccoglitori di ferro. Nei magazzini del museo abbiamo 350 macchine da restaurare. Guarda questa "platina", è una Meiler Liberty del 1890, si schiaccia il pedale e si apre come un fiore, il rullo va a prendere il nero sul tampone e inchiostra la forma che in chiusura stampa il foglio". Silvio racconta anche di quel tipografo di Cortina che stava per bruciare nel camino i suoi caratteri in legno. Intanto è arrivato Sandro Berra che ha appena concluso una visita guidata. Sandro non è solo il segretario della fondazione, ma è anche l’animatore dei laboratori per le scuole, che sono organizzati ogni settimana al museo, e l’ideatore dell’interessante sito www.tipoteca.it: "Il nostro progetto è di fare in modo che questa istituzione sia non solo un museo, ma un centro di attività culturali. Penso a una scuola internazionale di tipografia, a una scuola di scrittura creativa, a dei corsi di grafica. Inoltre abbiamo intenzione di allestire una mostra del libro". I prossimi passi saranno proprio una mostra permanente del libro antico e la biblioteca. C’è ancora spazio nei fabbricati che circondano la Tipoteca e che una volta, alla fine dell’Ottocento, ospitavano il canapificio "Antonini-Ceresa". Attorno al canapificio nacque il paese e poi ... e poi è un’altra storia da stampare, magari di notte con "l’elefante", mentre Silvio gira la ruota e regola il calamaio perché l’inchiostro non cali.
Mario Anton Orefice
(Corriere del Veneto, 4 giugno 2005)