Una tesi contro gli spot in tv

Padova - Una tesi contro gli spot in tv. Mancano delle leggi che tutelino lo spettatore dalle interruzioni pubblicitarie. Questo il nocciolo della questione affrontata da Mario Anton Orefice nella tesi “Discorsi interrotti nella comunicazione televisiva”, illustrata nei giorni scorsi alla facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Padova. Nell’affrontare la discussione con Francesco Cavalla, direttore del Dipartimento di storia e filosofia del diritto, sono state ricordate le parole di Platone che nel “Gorgia” scrive: “Le storie bisogna pur finirle se no vanno in giro senza capo né coda. Rispondi ancora un po’ alle mie domande, in modo che il nostro discorso abbia un senso”. Invece nella comunicazione televisiva le storie spesso vanno in giro senza capo né coda, i dialoghi e i dibattiti vengono decapitati dalle interruzioni pubblicitarie che sono lo spazio del non logos (in greco: ragionamento, discorso) per eccellenza: solo frasi dogmatiche, solo slogan presentati come verità.
Gli interventi legislativi che si sono susseguiti negli anni non hanno fatto che codificare in termini quantitativi la questione: 12 per cento è il limite orario delle interruzioni pubblicitarie per la Rai, 20 quello delle private. La funzione dei discorsi non è più quella di proseguire nel ragionamento ma di passare la linea alla pubblicità. Gli stessi notiziari e i programmi di approfondimento giornalistico hanno subito una mutazione legata alle leggi dell’audience e del marketing; si sono mescolati i confini tra informazione e finzione. Basti ricordare che lo spazio più ambito dai pubblicitari sono i 30 secondi dell’ ”Anteprima Tg Top”, l’intervallo che corre tra l’annuncio dei titoli e l’apertura del tg.
La tesi sostiene che le interruzioni sono una forma di sopraffazione dello spettatore che dapprima è trattato come soggetto, come interlocutore del logos, poi improvvisamente diventa oggetto del bombardamento pubblicitario. Le interruzioni non tengono in alcun conto l’adesione dello spettatore, esse mirano solo alla sua persuasione inconsapevole. Non solo. Esse ci sottraggono la risorsa più preziosa che abbiamo: il tempo.
Come uscirne? Dal punto di vista legislativo sarebbe già un grande risultato se venissero applicati i criteri restrittivi stabiliti dalla direttiva europea 89/552 e che si desse rilevanza alla “commissione dei saggi” (legge Mammì del 1990) che avrebbe dovuto stabilire quali opere non fossero soggette all’inserimento di spot per il loro alto valore artistico, educativo, religioso.
Sul tema Michelangelo Dalto, direttore di Antennacinema, ha dichiarato: ”Le interruzioni, pensando radicalmente e un po’ provocatoriamente, non solo dovrebbero essere disciplinate dalla legge ma dovrebbero essere perseguite dalla legge, come indice di cattiva educazione, come molestie organizzate del discorso”.
(ottobre 2004)