| "Ho scoperto Palladio
nella città Proibita" VENEZIA - Un architetto veneziano, ideale allievo di Palladio, è entrato nella Città Proibita di Pechino con lo stesso spirito con cui Andrea Della Gondola si recò a Roma nel 1544: per "vedere et con le proprie mani misurare minutamente il tutto", come scrisse nel libricino dedicato alle Antichità di Roma. Alberto Torsello ha iniziato a progettare coltivando l’arte della misura intesa come conoscenza del costruito, e di quest’arte è diventato un esperto conteso. Alla Fenice Gae Aulenti lo ha voluto al proprio fianco; di recente gli è stato affidato il progetto di restauro di Villa Emo; mentre a Pechino, nella Città Proibita, porta avanti il rilievo tridimensionale nell’ambito del progetto italo-cinese per la conservazione del Padiglione della suprema armonia, coordinato dalla Direzione Generale per i Beni Architettonici del Ministero per i Beni e le Attività Culturali. Un luogo che ha ascoltato le parole di 24 imperatori della fine della dinastia Ming e dell’intera dinastia Ching, un’icona della storia cinese che molti conoscono grazie alle indimenticabili sequenze de L’ultimo imperatore di Bernardo Bertolucci. Nell’ampio salone dominato dal trono, l’imperatore assisteva alle cerimonie pubbliche e salutava il suo popolo assiepato nella grande piazza antistante, più di centomila teste vi stavano pigiate una accanto all’altra per rendere omaggio al sovrano. Nel tempio deserto, in una fredda mattina di novembre, Alberto Torsello si è seduto insieme ai suo collaboratori. Mandatario della cultura italiana del restauro in un paese cresciuto nel culto della copia, aveva il compito di leggere la memoria dell’antico, un sapere che i cinesi, impegnati in una sfrenata corsa verso il nuovo, stanno perdendo. "Prima di tutto dovevo capire come uccidere il drago, come "catturare" questa immensa architettura - racconta Alberto Torsello. Di fronte alla sua grandezza ho iniziato ad osservare gli elementi che si ripetevano, come in un’equazione a n variabili, e a distinguerli da quelli eccezionali. Lentamente quell’affollarsi di segni, che sembrava di una ricchezza straordinaria, si è trasformato in semplicità. Accade similmente quando si esaminano le decorazioni a timbro settecentesche o ottocentesche; all’inizio sembrano formate da ghirigori inestricabili, ma a guardare bene sono solo il risultato della sovrapposizione della stessa matrice". Nel suo studio, al terzo piano dell’edificio Lybra nel Vega Park, Alberto Torsello dà le spalle a un’ampia vetrata dalla quale si intravedono gli arditi e dismessi cantieri della Montedison. Vicino alla libreria una frase di Palladio ricorda all'architetto di non cedere ai desideri del committente in cambio di una buona mercede. Al Vicentino tornano le sue riflessioni: "Durante l’osservazione continuavo a scoprire delle uguaglianze fra l’architettura cinese dei primi del Cinquecento e quella di Palladio, sebbene con una semplificazione potremmo dire che appartengano l’una alla cultura del riso e l’altra a quella del grano. In entrambe vige il rigore e un collegamento molto stretto con il territorio, che Palladio trasmette ai suoi progetti attraverso la riscoperta dell’architettura classica: Villa Emo in questo senso è una testimonianza emblematica. Nel Padiglione della suprema armonia, a più di 10.000 chilometri da qui, le tre regole dell’architettura erano le stesse: l’attacco a terra, il tetto e il rigore geometrico della fabbrica, costruita completamente in legno. Alla base del padiglione si estende un grande basamento terrazzato sul quale poggiano le pareti del tempio e le colonne, il cui ritmo segue straordinari canoni di esattezza. Infine, il tetto completa l’architettura come un grande cappello di notevole presenza scenica. Per sostenere l’enorme copertura e per contrapporsi alle scosse sismiche, il padiglione è privo di punti rigidi, molto elastico e tende a riportare tutte le forze in senso verticale. A Villa Emo l'architettura del corpo centrale sorge rialzata su un’ampia base alla quale è collegata dalla spaziosa rampa. Anche la residenza patrizia è chiusa da un tetto importante. Le funzioni dei due edifici sono diverse, l’una è una fabbrica per l’agricoltura, l’altro una quinta scenografica dedicata ai matrimoni e all’incontro con l’imperatore. Ma essi sono gemelli eterozigoti, tutti e due si fondano su un’ unità di misura che si ripete. L’architettura cinese si sviluppa a partire dal dou kou, che può misurare dai 4 ai 12 centimetri e corrisponde alla larghezza di un elemento delle mensole a sostegno delle travi. Una volta decisa quella misura, sono determinate le dimensioni del tempio. In modo analogo nei progetti palladiani era il modulo, deciso dall’imoscapo, cioè dal diametro inferiore del fusto della colonna, a condizionare i volumi della fabbrica". Prima di accendere i moderni laser scanner per il rilievo tridimensionale, prima di fermare le deformazioni delle strutture avvenute nel corso dei secoli, cristallizzando rotraslazioni e trascinamenti nelle points clouds, le nuvole di punti dell’immagine digitale, l’architetto ha dovuto comprendere. Poi ha disegnato con la matita e si è lasciato aiutare dal laser: "Le tecnologie non vanno viste come puri metodi di semplificazione, di industrializzazione di un processo, ma come nuovi cannocchiali di Galileo: aiutano a guardare il mondo in modo diverso". Mario Anton Orefice (Corriere del Veneto, 16 giugno 2004) |