| "Ho rischiato di morire per conquistare
l’Everest" CONEGLIANO - "Nella tormenta di neve a trenta gradi sotto zero ho pensato che avrei potuto morire e ho iniziato a pregare. Non potevo proteggermi con i guanti termici, perché tolgono sensibilità alle mani, io invece avevo bisogno di prensilità per potermi afferrare alle rocce e alla corda doppia, dovevo superare il sesto grado, 12 metri di salti di roccia di salti. E’ un punto in cui non puoi sbagliare, un passaggio nel quale molti ci hanno rimesso la vita. Ho continuato a scendere con i guanti più leggeri, sentivo le mani che si ghiacciavano,ma non avevo scelta, la via era quella, la concentrazione assoluta, la mia mente era dentro i miei gesti, in alcuni momenti ho cercato anche l’aiuto di Dio, mi sono rivolto a lui con una preghiera. Ho capito di avercela fatta quando ho toccato le corde fisse che portano al campo 3, in quel momento anche la bufera si è placata e ho visto di nuovo il celeste intenso del cielo". Adriano Dal Cin è tornato finalmente a Conegliano. L’alpinista dato per disperso sull'Everest il 20 e il 21 maggio ieri era di nuovo nel soggiorno della sua casa in via Barbarani 10. Racconta un’avventura che è stata molto più dura di quanto s’immaginasse. La mamma Raffaella lo guarda sorridente, è abituata alle imprese di Adriano, ma questa volta è stato diverso. I leggeri guanti in tela blu che gli coprono le falangi della mano sinistra congelate sono l’unico indizio di una scalata al limite, di un’impresa dal rischio estremo. Adriano ma come sono andate veramente le cose? L’hanno data per dispersa, hanno detto che il suo capospedizione Giuseppe Pompili le avrebbe consigliato di non proseguire. "Mercoledì mattina, il 19 maggio, io e Giuseppe dovevamo salire insieme, invece sono tornato al campo 3 a 8300 metri perché avevo avuto un problema all’erogatore dell’ossigeno. Entrambi eravamo attrezzati con due bombole da 4 litri che danno un’autonomia di 18 ore. Sono veramente pochi quelli che riescono ad arrivare in cima senza ossigeno, bisogna avere alle spalle un allenamento e un fisico eccezionali. Risolto il problema dell’erogatore, sono partito alle 22 di mercoledì, sapendo che Giuseppe mi avrebbe aspetta fino alle 14 di giovedì. Nella salita non ho avuto alcun tipo di problema, la notte era stellata, intorno a me un bianco immenso, la sensazione di essere più vicino a qualcosa che è difficile dire a parole. Alle 7.30 di giovedì mattina ero sulla vetta, ma ci sono rimasto poco, una ventina di minuti, d’improvviso il tempo è cambiato, è famoso anche per questo l’Everest. Così mi sono trovato in mezzo alla tormenta. Scendevo piano, molto piano. Ci sono dei passaggi esposti, bastano una una presa sbagliata, una scivolata per morire. La morte in quelle situazioni non è solo una possibilità, ma la puoi toccare con mano. Alcuni cadaveri sono lì e ti ricordano che qualcuno non ce l’ha fatta. Nel tratto delle roccette, prima dell’anticima, ho visto un sudcoreano trasformato in una statua di ghiaccio. Forse aveva finito l’ossigeno, si è fermato e il gelo non lascia scampo. Più sotto ho incontrato altri due cadaveri, di uno mi ha colpito il volto: bianco da un lato, scuro e bruciato dal sole dall’altro. Sono arrivato al campo 3 poco dopo le 16,di giovedì ; Giuseppe se n’era già andato per raggiungere il campo 2., che io ho raggiunto il giorno successivo mentre Giuseppe si portava al campo 1 a 7050 metri. Non avevamo collegamenti radio o satellitari, per cui si è creato un "buco" nei nostri contatti e da qui è nata la notizia che ero disperso. In realtà stavo scendendo da solo, ma non avevo avuto modo di comunicarlo.. Ma è vero che l’hanno aiutata gli sherpa? "No, anche questo non è vero. Gli sherpa sono delle persone straordinarie che portano l'attrezzatura e sollevano gli alpinisti da una notevole fatica. Ma io e Giuseppe per una scelta anche economica, a differenza dei nostri compagni triestini, avevamo deciso di non usare gli sherpa. Lo sherpa di un’altra spedizione, la mattina di sabato , al campo 2, davanti alla tenda si è messo a chiamare "Marco, Marco", in realtà cercava me ed è con lui che sono sceso al campo 1 dove sono arrivato stremato. Tre noti passate a 8.000 metri ti consumano come un lumicino, la mancanza di ossigeno fa battere il cuore più veloce e toglie la voglia di mangiare". Adriano deve riprendere anche qualche chilo perso, ma prima di tutto deve curare le falangi della mano sinistra che sono in pericolo. Per questo oggi (mercoledì) sarà visitato dal dottor Picchi dell’ospedale di Padova. Chiuso con la montagna? "E’ una battuta? A maggio del prossimo anno insieme a Giuseppe Pompili saliremo sul Mc Kinley in Alaska a 6.150 metri. Puntiamo al "Seven summit", cioè a scalare le sette montagne più alte dei sette continenti". Mario Anton Orefice (Corriere del Veneto, 2 giugno 2004) |