Un angelo a Bagdad

VITTORIO VENETO - "Oggi una donna sciita, che abbiamo curato per una grave ustione, mi ha regalato un vaso; è stato straordinario, non per l’oggetto in sé, che comunque è bellissimo, ma per il modo con cui me l’ha dato. Mi ha sorriso con quegli occhi lucenti che si incontrano solo qui e poi in inglese, lingua che parlano molto meglio di noi italiani, mi ha detto: Pregherò Allah perché vi aiuti. Bagdad , 15 marzo 2004. Due di notte". Roberta Tomasi è tornata il 3 aprile dall’Iraq e ha raccontato i suoi 53 giorni a Bagdad in un diario. Sfoglia l’album delle foto, in una indossa un caftano nero. Parla con una voce emozionata, capisci che con la mente è ancora lì, che se fra cinque minuti ci fosse un aereo da prendere l’aereo lei non avrebbe esitazioni. Roberta fa parte di quel gruppo di 40 volontari della Croce rossa italiana che a turno prestano il proprio servizio in Iraq. Infermiera al Pronto soccorso di Vittorio Veneto, abita a Nogarolo, fra le colline di Tarzo. "Quando avevo sedici anni mi sono iscritta alla scuola per infermieri, volevo aiutare gli altri e ho una cugina che fa questo lavoro". Quando c’è una missione Roberta offre sempre la sua disponibilità, come conferma Ilaria Biagioni ispettrice dei volontari di Vittorio Veneto. Fra i terremotati in Umbria, vicino ai civili in Albania e nell’inferno di Bagdad.
Appena arrivata, il 10 febbraio, una macchina imbottita di esplosivo è saltata in aria davanti a un centro di reclutamento dell'esercito iracheno, poi ai primi di marzo gli attentati nella giornata della ricorrenza sciita dell'Ashura.
" Ma queste cose accadevano molto lontano da dove ci trovavamo noi. Il mio ospedale, il Medical City Hospital, si trova davanti all’ex Ministero della Difesa, dista a 8 chilometri dal CPI, la sede dell’amministrazione provvisoria. Bagdad è una città con 6 milioni di abitanti e 40 ospedali. Una capitale in cui nella maggior parte dei quartieri convivono pacificamente sciiti, sunniti, curdi cristiani. Un luogo dove la popolazione oggi si sente più libera, può finalmente guardare la tv e collegarsi a Internet. Ma chi è lontano e ha come unico riferimento i telegiornali pensa che tutta la città sia a ferro e a fuoco. Non è così, nel nostro quartiere la vita si svolgeva normale, il traffico era così intenso che una mia collega commentò: Ma neanche a Napoli ci sono tutti questi ingorghi".
" Al Medical City Hospital nelle rare pause seguivamo i tg italiani e, spesso, chiamavamo a casa per dare il nostro tg e raccontare di giornate intense trascorse a curare gli ustionati. Curavamo circa 200 persone al giorno, ma non per ferite di guerra: gli incidenti erano provocati da acqua bollente, bombole di gas difettose, o dal cherosene che, in mancanza dell’elettricità, è usato per le lampade e per i fornelli della cucina. Di addetti alla sicurezza, come quelli che sono stati presi in ostaggio, non avevamo mai sentito parlare. A sorvegliare il nostro ingresso c’erano degli iracheni e iracheni erano anche i colleghi di lavoro, a parte i medici italiani della sala operatoria". Nell’album c’è la foto di Roberta che tiene in braccio un bambino: "Ecco una cosa che non dimenticherò più, le espressioni dei bambini che mi sorridevano quando li facevo giocare, in attesa di una piccola medicazione o dell’arrivo della mamma. Poi ricordo con meraviglia la visita al museo di Bagdad: sale immense dove tocchi con mano le origini della storia: le opere dei sumeri, degli assiri, dei babilonesi".
Esperienze straordinarie alternate a difficili momenti: "Cadi nello sconforto quando ti rendi conto che le persone muoiono sotto le tue mani e hai la coscienza di non poter fare niente. In quei momenti ti salva l’unità del gruppo. Con gli amici che sono stati con me a Bagdad ci telefoniamo quasi ogni giorno. La nostra testa è ancora là".
Mario Anton Orefice
(L’Azione , aprile 2004)