Un funerale riservato per il filosofo Enrico Opocher

VITTORIO VENETO - Un funerale riservato: non più di cento persone, i
famigliari e gli allievi oggi diventati professori. L'ultimo saluto a Enrico
Opocher è stato essenziale. Una breve omelia nella silenziosa cripta della
cattedrale e una domanda: "Quale forza od istinto di tutto il suo essere
indirizza il filosofo negli oscuri meandri dell'esistenza singolare, là dove
l'inquietudine e il dubbio rivelano la tentazione del nulla, là dove il
presagio della morte emana da ogni atto?".
Il nipote Tommaso accompagnato dallo sguardo del padre Arrigo ha letto le parole scritte dal nonno ne "La mia prospettiva filosofica". La ricerca di
una risposta che diventa a sua volta interrogativo è la metafora di ogni
esistenza dedicata alla sophia. Quella di Enrico Opocher era cominciata il
19 febbraio del 1914 ed ha segnato la storia dell'Università di Padova, di
cui è stato rettore, e quella della facoltà di Giurisprudenza che ha diretto
e in cui ha insegnato Filosofia del diritto. Dopo il saluto religioso,
davanti ai portoni chiusi della cattedrale sono rimasti alcuni amici
dell'ateneo patavino: Francesco Cavalla, Francesca Zanuso, Francesco
Todescan, Dino Fiorot, Giuseppe Zaccaria, Alberto Andreatta, Giovanni
Fiaschi. Sotto un cielo rannuvolato si sono aperti ai ricordi. "E' stato uno
dei maestri che ha dato di più, in 40 anni ha ricoperto tutti i ruoli; amava
moltissimo la didattica, tanto che lasciati i diversi incarichi aveva
mantenuto la direzione del dottorato di ricerca. Credo che l'istituzione di
una borsa di studio sarebbe uno dei modi migliori per ricordarlo", afferma
Giuseppe Zaccaria, prorettore vicario. Si accende la pipa Francesco Cavalla, ordinario di Filosofia del diritto, e tra uno sbuffo di fumo e l'altro: "Un grande intellettuale, si può accostare a Bobbio e a Scarpelli. La sua
convinzione che il diritto andasse cercato nel processo e non nella norma
scritta, nell'applicazione a un conflitto che esplode e deve comporsi, credo
sia un'eredità incancellabile. Inoltre mi piacerebbe, in questi tempi di
ventilate riforme del sistema giudiziario, poter sentire ancora un suo
giudizio pacato sulla terzietà del giudice".
Si ferma per un attimo; poco distante Francesca Zanuso, assistente a Padova negli anni ottanta e oggi docente di Filosofia del diritto a Verona:
" Lavoravo seduta di fronte a lui mentre scriveva la sue Lezioni di filosofia
del diritto. Ogni tanto mi mandava a prendere Œquel libro con la copertina
blu' in cima alle scale, aveva una conoscenza topografica della biblioteca.
Poi per ricompensarmi della "scalata" mi offriva delle caramelle, era di
un'umanità straordinaria".
" Già - prosegue Cavalla. Alle sei di sera si chiudeva l'istituto ma noi
alle volte restavano dentro e ci poteva scappare una partita a scacchi, la
degustazione di un pezzo di baccalà acquistato quasi di nascosto o una
discussione politica. A scacchi giocava per vincere, qualche volta mi
batteva, ma con Francesco Todescan era impossibile. Vero Francesco?"
Francesco oggi è preside della facoltà di Scienze politiche: "Ricordo un
viaggio a Würzburg, in Germania. All'andata giocammo a scacchi e non riuscì a darmi scacco matto. Se la prese così tanto che per tutto il viaggio di
ritorno mi ignorò completamente. Si sedette di fronte a me e trascorse otto
ore in silenzio mangiando dei biscotti e leggendo un libro".
" Aveva la capacità di immergersi completamente nei suoi pensieri - conferma Francesco Cavalla - ma per i suoi allievi c'era sempre. Quand'ero
rappresentante degli studenti potevo disturbarlo a qualsiasi ora".
I ricordi continuano a fioccare nell'aria fredda: perché dietro il duomo, sì
proprio dal lato dell'abside, c'è la casa vittoriese di Enrico Opocher;
quando si chiacchierava nel suo studio si sentivano le campane e l'organo,
sembrava di essere in chiesa; e ti ricordi quando ci convocava qui a fine
agosto e ci chiedeva: Cosa avete fatto durante l'estate e qual è il vostro
programma per l'inverno?
Mario Anton Orefice
(Corriere del Veneto, marzo 2004)