"RAGAZZOI, 'ZO EL CAPELO"
intervista a Luciano Caniato autore di "Medajùn et alia"

CONEGLIANO - Lavora in silenzio, poi ogni tanto pubblica un libro di poesie, una ricerca di storia locale. Non dice mai nulla senza pensarci almeno dieci volte. Odia le parole a vuoto e le parole vuote, quelle che a furia di essere ripetute, esaltate, gridate, hanno perso peso. Luciano Caniato cerca di star nascosto, per non togliere tempo ai suoi progetti. L'ultimo frutto di questo tempo è dedicato alla poesia e ha un titolo mezzo in dialetto e mezzo in latino:"Medajùn et alia" (medaglioni, intesi come ritratti, e altre cose), edizioni Marsilio.
I Medajùn sono divisi in tre parti: 19 poesie in dialetto polesano, la lingua del padre e della sua infanzia, 3 in trevigiano-coneglianese, la lingua del luogo in cui vive da oltre trent'anni, 1 in bellunese, 1ª lingua della madre.
Perché sceglie il dialetto e non l'italiano per i suoi versi?
Scrivere in dialetto è un tentativo di isolarsi dal rumore del mondo, è anche un prendere le distanze dall'italiano che è diventato una lingua inamidata, parlata da zombie che ripetono all'infinito parole una volta rispettate, oggi fiaccate dalla ripetizione. Il dialetto, la lingua dei nostri avi, lentamente va sparendo, si nasconde, un po' come me, forse per questo la sento più vicina. Il dialetto è anche un andare alla ricerca di un mondo dove la religiosità camminava accanto alla bestemmia, l'umanità accanto alla fatica, un mondo fatalista ma accogliente. Nelle parole del dialetto seguo le voci dei miei, dei ricordi. Attraverso il dialetto coneglianese-trevigiano alimento le mie radici in una terra che per certi aspetti sento ancora straniera. Che cosa sono i miei libri su Conegliano se non un diverso modo per capire la città che mi circonda? E che ci faccio io qui? Il dialetto è un grido, ma anche un dire sommerso per evitare che la memoria si spenga.
Che importanza ha la memoria?
Se non conosco il mio passato non so chi sono. Sono diventato quello che sono anche per le persone che ho incontrato. Alcune dei veri e propri maestri di vita, come l'amico Giacomo a cui ho dedicato il Medajon "Ragazzoi 'Zo el capelo". Era un operaio con la passione per il calcio. Se Pontecchio, il mio paese, ha una squadra di calcio giovanile, un campo di calcio, lo deve a lui. Era un faro di umanità. Mettere passione in tutto quello che fai, questo mi ha insegnato.
"Maestra Fiorin comandaressa", invece, è il ritratto della mia maestra di prima elementare, a San Francesco, una donna eccezionale. L'ho incontrata dopo molti anni sulle scale della Pretura. Avevo ormai i capelli brizzolati e lei aveva passato l'ottantina. L'ho guardata convinto che non si ricordasse più di me. Lei invece mi ha fulminato con gli occhi e ha detto: "Te conosse, te conosse dai oci. I me à dita che te fa el professor, me raccomando, satu?" Chi insegna deve saper leggere negli occhi dei suoi alunni. Credo che in questo mestiere non ci sia punto di partenza migliore.
Quali altre storie racconterà in dialetto?
Non so. La poesia ha bisogno di tempo. Alcune di queste poesie erano nel cassetto da dieci anni. Il dialetto è creta, quante cose si possono fare con la creta? O è, forse, porcellana. comunque sempre materia fittile, come quella lavorata dall'amico Isidoro Dal Col: una pasta, quasi inerte, che riesce a diventare sottile, sottile, pastasfoglia che si trasforma in barchette "leggere e vaganti". Se ci sono dei buchi, se la pasta si rompe, la colpa non è della lingua-materia, è del poeta.
L'intervista termina qui. In versi poche parole sarebbero bastate, poche righe già scritte da Luciano in Medajùn et alia. Tradotti dicono pressapoco così: La poesia è un filo / che lega col suo oro-nulla. / Supponete che la medaglia / siano questi brividi che corrono / per la valle del cuore, / un folle che crede ancora / nelle chiocce idee, / che cova il nulla / aspettando un fiore di meraviglie.
Mario Anton Orefice
(Quindicinale, febbraio 2003)