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GENOVA PER NOI
La protesta antiglobal raccontata da
tre ragazzi di Conegliano non è quella mostrata dai media nei giorni
della protesta
L'immagine è questa: una strada di Genova,
migliaia di manifestanti assetati e accaldati sotto il sole. Le finestre
dei palazzi si aprono, i genovesi rinfrescano il popolo antiglobal con
secchi d'acqua, lo bagnano con i tubi di gomma dai balconi, i giovani
si danno il turno sotto quelle docce provvidenziali, una bambina si sporge
con un piccolo annaffiatoio, due anziani coniugi al primo piano continuano
a regalare bottiglie di acqua minerale.
In tv non si sono viste le immagini dei 200.000 che a Genova hanno sfilato
in pace e non sono stati picchiati da nessuno. Nemmeno sui giornali, a
parte qualche piccola foto qua e là. Nessuna intervista a questo
popolo pacifico, né ai tanti genovesi che hanno mostrato simpatia
nei suoi confronti.
Elena, Marta, Stefano sono tre ragazzi di Conegliano vicini ai diciotto
anni. Genova per loro è stata una bella esperienza, da ripetere
senz'altro, ma difficile da raccontare. "Quando siamo tornati, le
prime domande dei nostri amici sono state: 'Hai dato botte?', 'Le hai
prese?', 'Hai visto il ragazzo morto?'. Poi abbiamo guardato i telegiornali
e abbiamo provato una grande amarezza. Del nostro corteo, del nostro stadio,
dei nostri genovesi non ha parlato nessuno."
Elena, Marta, Stefano partono da Conegliano giovedì 19 luglio alle
8 di mattina con un treno speciale. Nelle loro teste pensieri diversi,
la voglia di un mondo migliore, lottare contro i potenti della terra e
il G8, fare un'esperienza importante. Arrivano a Genova alle 7 di sera
giusto in tempo per partecipare al corteo dei migranti, un fiume colorato
di gente che balla e canta, e dalle finestre si affacciano molte signore
che sventolano delle mutande in polemica con il divieto di stendere la
biancheria durante il G8. Il camping che li aspetta è lo stadio
Carlini. "Lì allo stadio ci ha colpito la parola 'compagno',
tutti erano 'compagni' o 'compagne', e lo erano davvero. Ci si aiutava
tutti, senza problemi, era spontaneo. Durante uno dei cortei a circa cento
metri da noi è scoppiato un lacrimogeno e subito due persone diverse
ci hanno bagnato gli occhi con il limone e la bocca con dell'acqua (è
un metodo per attenuare il bruciore ndr)."
Venerdì 20 si comincia la mattina presto con alcune istruzioni,
per esempio alzare le mani in caso di incontro ravvicinato con la Polizia;
alcuni si coprono con improbabili armature di gommapiuma per resistere
a eventuali cariche, ma poi restano lontani dai punti caldi. Inizia il
corteo della disubbidienza civile, quello che vorrebbe violare la zona
rossa. Elena, Marta, Stefano vivono un momento di tensione: sono seduti
a un incrocio perché la marcia più avanti è stata
fermata. Improvvisamente da una strada sbuca un battaglione in tenuta
antisommossa. Alzano subito le mani, la paura è tanta ma non succede
niente.
La brutta notizia arriva verso sera allo stadio Carlini, è morto
Carlo, un ragazzo che in quello stadio, pur essendo genovese, ci dormiva.
"Un minuto di silenzio per Carlo", dice una voce dall'altoparlante,
la maggioranza dei "compagni" sulle gradinate e dei giovani
sulla pista di atletica alzano il braccio sinistro con la mano chiusa
a pugno. Il silenzio è totale, Elena, Marta, Stefano hanno le lacrime
agli occhi.
Sabato 21 è in programma la grande manifestazione nazionale, si
esce dal Carlini verso mezzogiorno. E' il sabato del grande corteo, almeno
200.000 persone che appartengono a gruppi diversi, ma si sentono uniti
nella protesta pacifica: c'è il gruppo M21 di Treviso, la rete
di Lilliput che raccoglie una serie di associazioni che si battono per
i diritti umani, i centri sociali del Nordest, gruppi missionari, i sindacati,
associazioni animaliste, laici, cattolici, i verdi, liberi pensatori.
Gente di tutte le età, famiglie, bambini. Elena, Marta, Stefano
camminano insieme a questo popolo pacifico, li accompagnano slogan come
"Hasta la victoria siempre", "Genova libera", "Sglobalizzati".
Da piazza Sturla risalgono il lungomare, poi imboccano corso Torino, i
genovesi gettano acqua dalle finestre per rinfrescarli, proseguono per
corso Sardegna e arrivano quasi in piazza Ferraris quando sono costretti
a disperdersi insieme ad altri manifestanti. Salgono fino al convento
di San Fruttuoso e da lì vedono Genova colorata dai fumi bianchi
dei lacrimogeni e da quelli neri degli incendi. I frati li accolgono,
mettono a disposizione i bagni, gli abitanti del quartiere chiedono informazioni
su com'è andata la manifestazione.
Scendono di nuovo verso lo stadio per prendere gli zaini, è giunto
il momento di tornare a casa. Mentre lasciano il Carlini per andare a
prendere il treno alla stazione di Brignole, incontrano un ragazzo portato
in braccio dai suoi amici: ha la schiena nuda piena di botte, sembrano
frustate.
Il loro treno sarà l'ultimo a partire, nella lunga attesa Stefano
scherza:"Non ci sono treni per noi, siccome siamo del Nordest pensano
che abbiamo la Porsche per tornare a casa". Salgono in carrozza verso
le due di notte e arrivano a Conegliano alle otto di domenica mattina.
Ma per loro e per il Movimento la prossima stazione è Roma, a novembre,
per il vertice della Fao.
Mario Anton Orefice
(luglio 2001)
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